Santi Visalli: un obiettivo sul mondo

La mostra alla 72esima Fiera Campionaria di Messina: Santi Visalli, un obiettivo sul mondo

Espone a Messina, la città in cui è nato e che per la prima volta lo celebra, il fotografo
che ha raccontato l’America agli italiani. Cinquanta gli scatti in mostra, tra architettura e ritratti


MESSINA. Due anni dopo Icons, la mostra ospitata a Brescia, il fotografo Santi Visalli, classe 1932, emigrato cinquant’anni fa negli Stati Uniti, torna ad esporre in Italia. Per la prima volta una selezione della sua collezione fotografica, cinquanta scatti tra paesaggi urbani e ritratti, sarà ospitata nella sua terra d’origine, nella città in cui è nato, a Messina. Nell’esposizione messinese, che sarà inaugurata il 24 maggio negli spazi della Camera di Commercio cittadina, saranno raccolte venti immagini di vedute metropolitane e paesaggi urbani statunitensi, tra cui la spettacolare foto al World Trade Center, scattata a chilometri di distanza con il teleobiettivo. Nel genere Visalli si è specializzato, tanto da pubblicare, con Rizzoli, otto volumi dedicati alle grandi città americane. A fianco delle immagini d’architettura, trenta ritratti, tutti realizzati a New York tra il 1965 e il 1992: da Ruggero Orlando ai Beatles, passando per Federico Fellini e Woody Allen, sono i volti dei personaggi e degli artisti che hanno caratterizzato la vita pubblica negli Stati Uniti nell’ultimo mezzo secolo.
Nel giorno dell’inaugurazione della mostra, Visalli riceverà il premio “Prestigio Jaci” da parte della scuola che ha frequentato nei suoi anni messinesi, l’istituto tecnico Jaci, cui si deve l’iniziativa per l’organizzazione dell’evento. Il suo nome si aggiungerà ufficialmente a quello di altri celebri ex alunni dell’Istituto: Salvatore Quasimodo, Giorgio La Pira, Salvatore Pugliatti. Così per il fotografo, tanto noto e apprezzato all'estero – è stato, tra l’altro, presidente della Foreign Press Association a New York – e già, con nomina del 1996, Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica d’Italia, si chiude un cerchio, con un riconoscimento che arriva dalla sua città natale. «È come se Messina mi abbia sempre rifiutato» ha avuto modo di dire Visalli. A fine anni ’80, durante una delle sue ultime visite, il fotografo emigrato offrì al Museo della sua città gran parte della propria collezione. «Sono stato messo alla porta» ricorda oggi. Questo ritorno sarà invece, finalmente, applaudito.


La biografia. Quarant’anni da fotoreporter


Una carriera lunga quarant’anni quella di Santi Visalli, spesa da fotoreporter, in tutto il mondo. Partendo da Messina, abbandonata nel 1956 per inseguire il sogno americano. «Adoravo la mia città, mi divertivo moltissimo, ma non trovavo lavoro. Per tutti ero “Santo Diavolo” – racconta il fotografo – Da ragazzo sono stato svogliato nello studio. Cresciuto, ero senza una lira e con la fama di fannullone, meritata». L’America dei suoi miti Charlie Chaplin e Doris Day («l’ho amata al cinema, ci ho cenato insieme negli Stati Uniti, commovente ma anche terrificante vedere una donna bellissima ormai sfiorita. Abbiamo pianto insieme per gli anni passati» racconta), l’America dell’enorme potenza bellica che Visalli ha scoperto nella Messina bombardata durante la seconda guerra mondiale («una nazione capace di tanto, seppure in guerra, seppure nemica, era una nazione da visitare» aggiunge) è dunque diventata la sua meta. A New York arriva nel novembre del 1959, dopo tre anni in giro per il mondo e nel giro di qualche anno conosce il successo.
Santi Visalli ha lavorato a film con Federico Fellini e Lina Wertmuller. Le sue fotografie sono apparse sulle copertine e all’interno di più di 50 riviste e quotidiani internazionali: The New York Times, Newsweek, Time, Life, U.S. News & World Report, Forbes, American Heritage, Paris Match, Stern. È stato pubblicato in Svezia, Sud Africa, Australia, Israele, Giappone, solo per citare alcuni dei paesi. In Italia ha collaborato con Oggi, Epoca e l’Europeo. Ma soprattutto ha fotografato tantissimo l’America: immagini pubblicate talmente spesso sulla nostra stampa da fargli dire in un’intervista che “gli Italiani, specialmente tra il 1960 e il 1970, hanno probabilmente visto l’America attraverso i miei occhi”. Non solo reportage di cronaca sociale e politica in un’epoca di grandi rivoluzioni e ideali, ma anche servizi di mondanità e costume in cui sono ritratti i protagonisti dello spettacolo a stelle e strisce emersi nel dopoguerra o dai fermenti culturali degli anni ‘60. Se è vero infatti che è stato fedele cronista delle manifestazioni e delle avanguardie che hanno animato in quel periodo gli Stati Uniti in guerra con il Nord Vietnam e con sé stessa, è anche vero che non c’era party del jet set che non lo vedesse presente. Amato per il suo modo di fare rispettoso e gentile, ha ritratto 6 presidenti in carica degli Stati Uniti: John F. Kennedy, Johnson, Richard Nixon, Gerald Ford, Jimmy Carter e Ronald Reagan. Ha realizzato e pubblicato otto raccolte a colori di paesaggi urbani U.S.A. con la Rizzoli: Chicago (1987), Boston (1988), San Francisco (1990), Los Angeles (1992), Miami (1993), New York (1994), Washington, D.C. (1985) e Las Vegas (1996). Le fotografie di Visalli sono state esposte nelle maggiori gallerie americane ed europee. Nel 1996 è stato nominato Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica d’Italia. Le sue immagini sono distribuite esclusivamente dall’agenzia fotografica di Milano Tips Images.


Le sue storie. «Quella volta con De Niro…»

Da Kim Novak al messinese Ciccio Paolo Fulci, ambasciatore italiano all’Onu, è variegato il mondo ritratto da Visalli. Che così racconta i suoi successi.

«Il primo lavoro mi fruttò trenta dollari e una sonora lavata di capo» racconta Santi Visalli. I venti rullini impiegati dal fotografo, alle prime armi, ancora insicuro, per ritrarre l’attrice Kim Novak nel 1966 erano troppi secondo il direttore dell’Europeo che pubblicò le fotografie. Dopo Kim Novak ci fu, nello stesso anno, il “Black and White Ball”, la storica festa di Truman Capote. Nell’occasione Visalli corrompe una delle guardie di sicurezza, arriva nelle stanze della festa chiuso nel montacarichi e si garantisce un’esclusiva pubblicata in Italia dalla Domenica del Corriere, negli Stati Uniti da Newsweek.  Nel 1968, fotografa il matrimonio dei due figli di Moshe Dayan, il ministro della difesa israeliano, conosciuto in tutto il mondo per la benda sull’occhio sinistro. «Ero l’unico fotografo non israeliano presente. Fui invitato grazie ai buoni rapporti con la moglie di Dayan, che avevo conosciuto a New  York». Il reportage fu pubblicato su Life Magazine negli Stati Uniti e, in Italia, da Epoca. Indimenticabili, per Visalli e per il pubblico, le fotografie esclusive scattate a Robert De Niro, spesso in copertina sul New York Times. «Conobbi De Niro nei primi anni ’70 – ricorda Santi Visalli – Quando gli fu affidata la parte del giovane Vito Corleone nel Padrino 2, mi chiese di insegnargli il dialetto siciliano». Fu l’inizio di una conoscenza approfondita. «Dal dialetto passammo poi alla gestualità. Per De Niro organizzai una cena a casa di mia sorella, a New York, in cui facemmo i gesti tipici di noi siciliani a tavola. Lui restò seduto dietro di noi, a osservare tutto». La carrellata di ricordi si ferma ancora al capodanno del 1986. «Quella notte di New York, a cena con Alberto Sordi – dice Visalli – Al ristorante arrivò Andy Warhol, che io conoscevo bene, lo avevo fotografato spesso. Sordi mi chiede di conoscerlo, io ero scettico, Warhol era un uomo ritroso. Mi avvicinai all’artista dicendo che un attore italiano voleva conoscerlo. Quando Andy scoprì che si trattava di Sordi non nascose il suo entusiasmo. Per lui era un idolo. Visalli li fotografò accanto, pronti a festeggiare l’anno nuovo con le trombette. Ancora, nella sua sterminata collezione, il vanitoso Fellini («mi scrisse una lettera, dicendo di vedersi troppo grasso in fotografia»), seguito sul set per cinque settimane e la galleria di personaggi siciliani. «Sono stato il fotografo personale di Michele Sindona. Quando fu arrestato, il Time voleva realizzare un servizio in prigione. Sindona pose la condizione che fossi io a ritrarlo. Aveva fiducia in me, iddu i Patti era, anche se al primo incontro si impaurì. Dovevo scattargli una foto vicino alla finestra di un trentaquattresimo piano. Mi sono avvicinato a lui, l’ho visto irrigidirsi. “Mi sto avvicinando solo per misurare la luce”, gli spiegai. Penso abbia temuto che lo spingessi sotto». Messinese come lui, Visalli conserva fotografie e splendidi ricordi di Ciccio Paolo Fulci. «Ha dato prestigio all’Italia – ricorda il fotografo – E’ stato il più grande ambasciatore che ha avuto l’Italia alle Nazioni Unite».


Hanno detto di lui. Tutte le facce del mondo

L’introduzione ad Icons, il libro-catalogo dell’opera di Santi Visalli, firmata dal giornalista Furio Colombo


Nelle foto di Visalli ci sono le storie che il mondo intero ha vissuto in tempo reale, naturale che sembrino straordinarie. Ma lui queste foto le ha fatte allora: come dire, nel momento giusto, sul posto giusto. Santi Visalli non ha mai mancato di cogliere subito quello che stava accadendo.
Visalli non ha mai convissuto con i suoi straordinari soggetti (praticamente tutte le persone che contano e lasciano il segno in 3 decenni cruciali del ‘900) . Convissuto, per esempio, al modo di Milton Green con Marilyn Monroe o con Cary Grant. Questo fotografo-autore-narratore ha vissuto alla stessa distanza del grande pubblico, dai personaggi noti e celebri che decideva di ritrarre. Alcuni, molti, li conosceva bene, ed era noto abbastanza e autorevole abbastanza per metterli in posa, se avesse voluto. E per immergersi nella fitta conversazione giornalistico-mondana che allora, da giovani, da vivi, da protagonisti, li circondava.
Santi Visalli, nonostante il facile accesso della sua stessa celebrità come fotografo (un ruolo grandissimo in tempo di super star, perché è indispensabile specchio) si è sempre messo a distanza. Fra la gente. Voleva ciò che vedevano tutti, colto nel modo in cui lo vede uno solo, mentre si compie la vita e tutto è in movimento, esattamente come il mondo, le corti, gli spazi pubblici e quelli dei palazzi nella grande pittura. Ogni fotografia di Visalli è una sorpresa, perché l’unico studio del soggeto, l’unica preparazione alla scena da ritrarre è in ciò che sa, legge, conosce il fotografo; non in una finta intervista, in una posa studiata o in una dichiarazione. Visalli guarda attraverso la lente della cultura del tempo e la sua immagine coglie con esattezza il tempo attraverso la persona, il volto insieme con la cultura, il gesto insieme con gli eventi. È come se l’occhio della camera avesse frugato tra gli eventi in cerca del volto giusto nel momento esatto in cui vale la pena di ritrarlo.
Il fatto è che Santi Visalli – fotografo – è anche Santi Visalli autore e giornalista. È qualcuno dotato di uno straordinario istinto, ma anche della capacità – e della scelta – di intendersi con la cultura del tempo fino al punto di esserne parte. Visalli ritrae i volti di una grande tribù umana mentre è uno di loro. Non nel senso di “celebre tra i celebri” (avrebbe potuto benissimo, ma non è stata mai la sua scelta). Piuttosto come uno sguardo laser tra la folla che circonda i celebri, li crea, li forma, li tiene in vita. L’autore di queste fotografie guarda e scatta a nome di tutti ciò che tutti vedono, mentre tutti vedono, ma in quell’unico modo che è proprio dell’artista. Per questo le sue immagini – le immagini di questo libro – sono così umane e prive di messainscena mediatica. Ma senza che su di loro e con loro sia stato mai esercitato quel tipico arbitrio del reporter che è la sorpresa. Osservate gli sguardi, gli atteggiamenti, le inquadrature. Ciascuno sa di essere visto e risponde con gentilezza alla gentilezza. Vengono eliminati i due tipici ostacoli: l’arroganza delle celebrities e l’arroganza dei media.
Posso certificare quello che dico. Scorro le immagini, guardo le date e vedo che – per fatti della vita, che non sono così casuali, se si pensa alla cultura in cui in tanti abbiamo vissuto – io mi sono trovato a condividere momenti della vita con i protagonisti del mondo di immagini di Santi Visalli quasi nello stesso tempo, nello stesso anno, nello stesso luogo, a volte lo stesso giorno di queste ormai celebri fotografie. Ero con Ted Kennedy nel giorno e nel luogo di quella splendida immagine di lui giovane  e stavo viaggiando attraverso gli Stati Uniti in quel 1967 in cui la indimenticabile foto di Bob Kennedy è stata scattata, così fresca, così immediata che si intuisce – quasi si vede – il gesto di buttare indietro il ciuffo che un momento dopo gli ricadrà sulla fronte. Erano i giorni di un evento incredibile: Robert Kennedy aveva appena guidato una marcia di clandestini messicani – migliaia e migliaia di contadini senza permessi e senza diritti – che, capeggiati dall’ex ministro della Giustizia del più potente Paese del mondo, avevano attraversato il deserto tra il Messico e la piccola città di frontiera di El Centro per far sapere che esistevano, che erano loro a provvedere all’intero raccolto di uva degli Stati Uniti.
Vedo le immagini di Andy Warhol e riconosco il periodo in cui la sua “factory” era il punto di riferimento di mezza vita mondana e di mezza vita artistica di Manhattan. Vedo Norman Mailer, mai così vero, e siamo nell’anno in cui il grande scrittore ha tentato invano di diventare sindaco di New York. Vedo Jane Fonda, e la data mi ricorda che stava a casa del padre Henry, nella 79esima strada, dopo Vadim e prima di Ted Turner. Yevtushenko – proprio nel 1967 – mi ha dato una lunga intervista sulle scale antincendio di Carnegie Hall, prima di uscire sul palco a declamare, prima di incontrare la stampa e le Tv americane. I Beatles erano già amici (nel 1968, un anno prima la bella ripresa di Santi Visalli), sono andato con loro sull’Himalaya per la famosa meditazione. Il ritratto di Arthur Miller, che allora – dopo Marilyn – abitava al Chelsea Hotel, appartiene a quel lungo tratto vuoto – prima di Inge Morath – in cui il celebre autore di Veduta dal ponte, piuttosto che andare nei ristoranti mondani di Manhattan, preferiva rifugiarsi al settimo piano, nelle due stanze del poeta Arnold Weinstein, che diventavano una grande tavolata, con Leroy Jones – che ormai si chiamava Amiri Baraka – con Abbie Hoffman – che stava appena nascendo come leader degli studenti – con il pittore Larry Rivers e il musicista William Bolcom. E Anna Moffo, che aveva appena sposato il generale Sarnoff  e veniva – come me – dall’Italia, quasi in quel momento; e Lina Wertmuller e Claudia Cardinale e Alberto Sordi e Vittorio Gassman….
Ma qui rischio un errore. Questo non è un album di celebrità, nonostante il valore di ogni fotografia. Questa non è una bella ed elegante operazione mondana, destinata a compiacere chi si affaccia alle indimenticabili inquadrature. Questo è un atlante di storia americana contemporanea. Gli italiani ci sono perché erano parte viva e importante di quella storia (e infatti, in un punto, la corsa si ferma davanti al ritratto di Gianni Agnelli). Ma il contenitore è l’America; e il senso di questo lavoro è la rappresentazione di un grande Paese, è la  Cappella Sistina di ciò che sono stati gli Usa in quegli anni. Infatti, alla fine, vi fermate di fronte al volto, allo sguardo, agli occhi di Paul Newman. Questo non è un Paese per estranei alla storia. Santi Visalli lo sa. Lo sapeva allora.


Furio Colombo